“La tua prospettiva è falsa. Perché? Perché è una prospettiva.” (Jude Stéfan)

Cambiare, avere visione, essere pronti a comprendere il mondo in maniera unitaria, realizzare che tutte le persone che leggeranno questo post dovrebbero essere pronte a contentarsi di meno della metà della metà della metà di ciò che hanno. Facciamo il conto dei nostri stipendi, dei nostri averi, dei nostri capitali, dei nostri ospedali scuole fabbriche, dei nostri metri-quadri macchine computer strumenti spezie scarpe e libri, dividiamo per cento, per mille, e, quando saremo pronti ad accettare che un cambiamento del genere abbia luogo, non avremo più dogane da abbattere.

Non c’è un altro modo se non quello di dividere le risorse. Le nostre, ovviamente.

20 Aprile, tra 700 e 900 vittime annegate nel Canale di Sicilia.

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cucù #4.

Svegliarsi con l’Argentina nel cuore, cantare così forte da scuotere Berlino con il nuovo duo Mercedes-Anna, la tua mano vista ieri sera poggiata semplice accanto al corpo, la primavera che ride e fa un po’ la scema, sexitudine, e il grembiule per fare la torta, chiaro.

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“I’ve come in my pants writing.”

“I don’t consider writing a quiet, closet act.
I consider it a real physical act.
When I’m home writing on the typewriter, I go crazy.
I move like a monkey.
I’ve wet myself, I’ve come in my pants writing.”
                      Patti Smith

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Disperazione! E resilienza. E una playlist di nome “Sundays” suonata di sabato, e per fortuna anche lo sguardo infuriato di Majakovskij.

È da un po’ di settimane che torna questo termine, “resilienza”. La prima volta che l’ho incontrato dopo molto tempo non ricordavo cosa volesse dire e l’ho cercato sul vocabolario. Insomma, é chiaro che oggi c’è qualcosa che non va: sto ascoltando la mia playlist “Sundays” ed è sabato. Faccio dei tentativi disperati, nuoto dentro le onde forti, la corrente avversa, acqua salata sugli occhi e dagli occhi. Saper restare lucenti, saper assorbire e trasformare, saper morire e voler rinascere, essere resilienti, dunque.

Qualche tempo fa mi chiedevo un po’ disgustata perché nelle nostre società abbiamo la necessità di allineare gli alberi invece di spargere i semi e poi sederci in un punto a caso del campo a goderci la vista. Poi stanotte mi sono svegliata di soprassalto e ho pensato ai viali, ai viali alberati, e per la bellezza dei viali alberati quasi non riuscivo ad addormentarmi più. Quindi è valsa la pena di allineare gli alberi, pur di averne viali, e sarebbe valsa la pena anche di allineare gli eventi e i sogni. Perché i sogni c’è un tempo per allinearli, e perché i sogni devono funzionare. Con i sogni non vale quella regola che si gioca per partecipare e non per vincere, queste sono cazzate e con una cosa come un sogno, che ti tiene l’anima per le palle stretta a respirare solo l’aria che le concede lui, con una cosa come un sogno le cazzate non bisogna farle. I sogni devono funzionare e se non funzionano si trasformano in mostri.

E niente. C’è la playlist della domenica che ho scoperto essere perfetta per i miei sabati di questo periodo di convalescenza, reabilitazione, tentata resilienza. Non lo diciamo a nessuno. Come un libretto di poesie nascosto dentro un fascicolo di grammatica tedesca, che te li apri sul ventre e nessuno lo sa, che la grammatica che stai viaggiando ripete Vladimir Vladimirovič, Vladimir Vladimirovič, Vladimir Vladimirovič.

“Guardate ―
hanno di nuovo decapitato le stelle,
insanguinando il cielo come un mattatoio!

Ehi, voi!
Cielo!
Toglietevi il cappello!
Me ne vado!

Sordo.

L’universo dorme,
poggiando sulla zampa
l’enorme orecchio con zecche di stelle.”

V. Majakovskij, La nuvola in calzoni

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Run, sun, George.

Sole grande di Berlino, stai pensando la stessa cosa che penso io?

E come se gli ultimi vent’anni non fossero mai trascorsi e con il furore adolescenziale a tratti intatto in me, io, quando mi sento così, invoco George Harrison.

Orsù, Signore Stampelle, andiamo a correre come matte per la città, con gli occhiali da sole uguali a George e il corpo smodato che ricerca una dignitosa coordinazione tra la gamba bella, la gamba brutta e le vostre gambe farlocche, insomma andiamo a correre come matte per la città con la velocità con cui corrono i neonati, o i bisnonni, o gli ubriachi, ma noi che c’importa, noi il correre ce l’avremo negli occhi, vedrete, vedrete.

Geoglasses

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Ogni poeta è un mondo completo.

Qualche giorno fa il mio amico P. mi ha mandato una poesia.

L’autore si chiama Herberto Hélder, un nome rotondo, completo, ho pensato quando l’ho letto, e ho pensato anche che una persona con questo nome doveva avere un viso ugualmente rotondo, non nel senso della forma, ma piuttosto nel senso della completezza. E infatti ho ricercato il suo viso, ed è proprio così. È un viso completo.

La maggior parte della gente là fuori ha nomi incompiuti e visi che sembrano solo abbozzati. Facce incomplete, facce che non hanno mai compiuto un giro per intero, che aspettano specchi, che aspettano lingue che vengano a leccarle ma sono come gelati al niente. Sembra che qualcuno abbia cominciato a disegnarli ma poi gli è venuta a mancare la perseveranza e ha lasciato lo schizzo incompleto. E sembra che non abbiano sopracciglia dietro i peli Continue reading

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La faccia di cui solo Zadie Smith sa.

Un libro scritto bene è quello in cui a un certo punto, mentre sei immerso nella lettura, ti viene l’istinto di cercare su internet uno dei personaggi, per vedere su google image che faccia ha.

A proposito di Howard, Della Bellezza.

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La testa fuori.

È bello essere qui.
Io e il mio ginocchio bruttino per questi giorni dobbiamo restare a letto.
Immobili, entrambi.
“Insieme al computer e a tanti libri da leggere”, mi sembra che abbia detto il medico.
matticchio+cervo

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Hawaii, menischi e ribellioni tutte nude.

Ho appena scritto, dentro una mail: “E tu, come stai? Io mi approccio a una nuova lezione della vita. Ho un lieve problema al ginocchio, tra qualche giorno arriverà il referto che mi racconterà il futuro.”

E così l’ho detto a lui e lo dico a te, Blog. Son cose da niente, passerà, ci vuole solo un po’ di pazienza, bisogna rispondere in questi casi, a meno che uno non sia una di quelle persone ossessionate dal ricercare i significati nascosti degli eventi e le connessioni magiche e metafisiche, a meno che uno non sia una di quelle persone che si siede lì a gambe incrociate e medita mezz’ora al giorno o un’insegnante di yoga che aveva pensato di dedicare la propria vita alla ormai ben nota disciplina orientale, a meno che uno non sia ginocchista professionista, guru della ginocchiera o professore della ginocchitudine, insomma a meno che uno non faccia parte di una di queste rare categorie, il ginocchio son cose da niente, ci vuole solo un po’ di pazienza.

Bene. Io faccio parte di più di una di queste categorie.

Poi penso, in ogni caso, chi se ne frega. Le categorie, quello che io sono, blabla. Qui si è poco ribelli, di questi tempi, di questi anni. Bisognerebbe ribellarsi di più e dimenticarsi più spesso di chi ci si crede di essere e più spesso ricordarsi di poter essere al di là delle identità, che le identità potremmo relegarle lì sotto, assieme alle nuvole, mentre noi ce ne stiamo a volare più in alto, con gli occhi coraggiosi dritti al sole, nucleari, nudi. Ché le identità sono come i vestiti: vogliono farceli mettere addosso per coprire quelle che loro definiscono vergogne e che invece sono solo dispositivi di felicità.

Oggi mi sembra di essere me, ma mi sembra, contemporaneamente, di essere anche altri. Tutto regolare. Non è, ovviamente, una sensazione nuova né relegata all’oggi, ma è oggi il suo giorno magico, oggi è il suo turno per prendere il microfono e parlare, mentre le altre sensazioni dormono o si cambiano in camerino, e dunque io oggi sono molte altre persone, persone che non appartengono a quelle categorie, e che hanno fatto e faranno altro e ancora altro.

Altro, dicono i miei occhi guardando in alto. Fuori dalla finestra. Il monitor.

Le dita.

“Pensavo, è bello che dove finiscono le mie dita debba in qualche modo incominciare una chitarra macchina da scrivere”, (diceva più o meno De André).

Sono io una moltitudine che può fare altro, dicono i miei occhi a poterli mettere a fuoco dall’interno.

“Write first and always. Painting, music, friends, cinema, all these come afterwards.” dice Miller. Ascolto musica hawaiana, per far capire al menisco che chi se ne frega, ché fio le ribellioni le faccio tutte nude. E tutte le altre cose, verranno dopo.

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2 Gennaio giorno dell’eterno attuale. Ach, come ti amo, Nietzsche.

« Genova, 1882. 2 Gennaio.

Per il nuovo anno. – Vivo ancora, penso ancora. Devo vivere ancora, perchè devo ancora pensare. Sum, ergo cogito; cogito, ergo sum.

Oggi ognuno si permette di esprimere il suo augurio e il suo pensiero più caro. Ebbene, anch’io dirò che cosa mi sono oggi augurato da me stesso e quale pensiero quest’anno mi ha per primo attraversato il cuore, quale pensiero dev’essere per me fondamento, garanzia e dolcezza di ogni vita futura! Voglio imparare sempre più a vedere ciò che nelle cose è necessario come il bello: così sarò uno di coloro che fanno le cose belle. Amor fati: sia questo d’ora in poi il mio amore! Non voglio far guerra al brutto. Non voglio accusare, non voglio nemmeno accusare gli accusatori. Distogliere lo sguardo sia la mia unica negazione! E, tutto sommato e in complesso: voglio un bel giorno essere soltanto uno che dice sì!»

Friedrich Nietzsche.

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Capodanno, sinossi.

I tetti d’artificio a Berlino, due donne francesi che si infilano il mio boa rosso sotto i vestiti e poi per voglia di rubarlo giurano di non averlo mai visto, e io che poi ho trovato 30 euro per strada, e che per tutta la notte ho pensato che il mio uomo fosse il più brillante e simpatico alleato di sempre. Auguri, mondo.

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La cosa che mi fa più paura.

La cosa che mi fa paura, la cosa che mi fa più paura, è l’assenza d’intelligenza, i volti e quegli occhi in cui latita la capacità di comprendere e leggere dentro che l’intelligenza è, ed esseri e momenti in cui restano solo sguardi attoniti, instupiditi, risate vacue e squillanti che riempiono lo spazio con il vuoto, mentre lo spazio non trova spazio e deve guardare fuori dalle finestre e sognare i libri e la luce e le altre cose che verranno.

Nonostante questo e anche per questo, buone feste.

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