Da anni e per sempre, per ora. E di Eubulide che probabilmente aveva un bel sorriso.

E tu per così dire mi hai lasciato qua a risolvere questa cosa da sola. Per sempre. Anche se come si fa a dire per sempre, dato che un giorno potresti rispuntare e potremmo risolverla, ovvero capirla, insieme.

Se c’è un mucchio di sabbia tu lo guardi e pensi, ah, un mucchio di sabbia. Ne togliamo un granello, il mucchio resta. Ne togliamo un altro e poi un altro, il mucchio diventa più piccolo, ma resta pur sempre un mucchio, finché non resta che un solo granello, e allora improvvisamente lo guardiamo e mannaggia è chiaro che quello che abbiamo davanti non è un mucchio di sabbia ma solo un granello. 

Oppure il granello fa da mucchio? Probabilmente no.

E allora quand’è che il mucchio ha smesso di essere mucchio? Da quanti granelli in poi si può cominciare o smettere di parlare di mucchio? Insomma da quanti anni in poi posso cominciare a dire per sempre? Probabilmente mai, finché saremo in vita entrambi. E quando uno di noi non sarà più in vita potrebbe anche non venire a dircelo nessuno, l’uno all’altra, e già questi pensieri mi fanno guardare fuori dalla finestra, lontanissimo, nel fuori immenso lì nello spazio e nel tempo e la sensazione dell’assurdo sì, l’avverto, eccome. Lana morbida su pelle d’oca morbida, ma torniamo a noi. Adesso e qui. Ora. Se non posso dire “per sempre” allora cosa dovrei dire, dovrei chiamare in gioco il famigerato “ora”?

Ché non ci sentiamo da anni e anni e tu allora eri sempre pedissequamente incrollabilmente costante nel tuo portare avanti il piano di sviare e svilire il risolvere e il capire e io dovrei dire che sta succedendo solo “ora”? Per essere esatta e non dire “per sempre”? Per correttezza formale? E se così fosse, non finirei con l’aspettare? Il supplizio dell’attesa pur di non esagerare? Il fuori dalla finestra proietta continuamente dei video lentissimi ed è un oracolo. Ora.

L’incompiutezza è forse la condizione costante di ogni cosa. Qualsiasi cosa che possa dirsi compiuta potrebbe essere rivista e trasformarsi col tempo. Qualsiasi cosa che sembri rimanere incompiuta potrebbe trovare in futuro modi di compiersi e scompiersi come gli pare.

Questa del mucchietto di sabbia è una storia antica, il cosiddetto paradosso del sorite di Eubulide di Mileto. Eubulide, tu che ti chiedevi quanti granelli fanno un mucchietto, eri bello e sensibile, tu? Eri paziente? Avevi un bel sorriso Eubulide?  Un po’ mi piacciono quelli come te, che mi raccontano la follia della logicità, che smontano le cose rivelandone la follia intrinseca e mi ricordano che quella del senso compiuto è un’idea troppo, troppo debole.  Chissà a chi l’hai raccontata per la prima volta, questa storiella dei granelli di sabbia. Forse la storia originale era coi baci, un bacio prima, poi un altro, e un altro, e lei gemeva di no ma poi moriva di voglia e tu le dicevi che non era niente, che rispondimi se lo sai ma quanti granelli di sabbia ci vogliono per fare un mucchio, e quanti baci e quanti ancora. E poi siccome gli uomini, nell’antichità e forse da sempre e per sempre, ma come per sempre, ah già, per ora, ecco siccome gli uomini per ora stanno avendo – ma è temporaneo – questo vizio di non spiegare le cose lei si ritrovò a doverli risolvere da sola, i quesiti tra loro, il cosa era successo, e il come era prima, il come era dopo e il come era adesso. Ora. Ora ma stiamo parlando di baci che sono stati dati nel quarto secolo a.C., quindi loro nel frattempo sono passati a miglior vita. Come si dice.

E a questo punto possiamo dire per sempre. Se tutto va bene un’altra trentina, forse persino quarantina d’anni ce li abbiamo. Quindi volendo la si può trovare una mezz’ora per spiegare. Niente è per sempre finché siamo qui, perché abbiamo l’enorme talento di poterlo cambiare.

Ché poi volevo dire, anche due granelli, per dire, già sono un mucchietto.

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