E anche oggi suoni qui.

Anche se sono passati dieci giorni.

Non so bene quali lacrime dovevo versare, ma di sicuro ce ne sono ancora. E lui sta riuscendo a farne sbocciare tante, tutte insieme, rapide, ripide. Come germogli, sgorgano.

Non so a chi o a cosa assomigliasse, per me. Per me era come una vita parallela, che io non stavo vivendo, non in quel momento almeno, ma che comunque era mia. Restava la mia vita. Non si sa com’è che uno sconosciuto può essere una cosa del genere, ma insomma così normalmente è la vita: una cosa non sai com’è possibile.

Forse c’erano delle uova dentro il petto. Si sono schiuse, è un casino. La maglietta bagnata. Segno del piangere come si deve, come si può. Secondo me noi ci conoscevamo, in quella vita parallela. Ci piacevano le stesse foto. Guardavamo le cose della vita con due delicatezze diverse, ma comode l’una accanto all’altra. Tacere di fronte al mare. Non essere mai volgare. Non so com’è che uno sconosciuto può fare questo.

Poi scrive canzoni, ha una faccia, un’andatura. Poi viene a suonare in Germania, io ci provo, ma non ci riesco mai. Poi si ammala, lo scopro attraverso la rete, quel giorno in cui ho pianto con i palmi delle mani a premere forte sugli occhi. Poi fa cose delicate, signorili, per raccontare la malattia, per continuare a raccontare nonostante la malattia. Poi muore. Così, male. Poteva morire bene, fra 30 anni. E invece no, ora, male, tutto male, tutto sbagliato.

Pensavo che le persone che ti conoscono sono quelle che ti conoscono meno. Poiché sanno di conoscerti, cessano di sapere di essere nel processo di conoscerti. Sono quelli che ti amano e che ti dicono che sanno come sei fatto. Gli sconosciuti, invece, che non ti conoscono, è vero che non ti conoscono però almeno quando ti incontrano cominciano a conoscerti, e in loro è intatta quell’umiltà di fronte all’inconoscibile che sei e il processo dell’apprenderti è lì, vivo. Dunque ti guardano e il loro sguardo ti abbraccia nella tua totalità, abbracciando tutto quello che riescono a vedere.

Non c’entra niente. Era solo per dire che non è detto, che le vita parallele siano meno vive. È un pregiudizio. Sopravvalutazione del reale, misconoscimento dell’umano.

Gianmaria Testa, anche oggi suoni qui, mentre mi esercito nella cosa che -come più volte detto- mi riesce meglio, cioè piangere e ridere contemporaneamente. Non so cosa dire.

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