Hawaii, menischi e ribellioni tutte nude.

Ho appena scritto, dentro una mail: “E tu, come stai? Io mi approccio a una nuova lezione della vita. Ho un lieve problema al ginocchio, tra qualche giorno arriverà il referto che mi racconterà il futuro.”

E così l’ho detto a lui e lo dico a te, Blog. Son cose da niente, passerà, ci vuole solo un po’ di pazienza, bisogna rispondere in questi casi, a meno che uno non sia una di quelle persone ossessionate dal ricercare i significati nascosti degli eventi e le connessioni magiche e metafisiche, a meno che uno non sia una di quelle persone che si siede lì a gambe incrociate e medita mezz’ora al giorno o un’insegnante di yoga che aveva pensato di dedicare la propria vita alla ormai ben nota disciplina orientale, a meno che uno non sia ginocchista professionista, guru della ginocchiera o professore della ginocchitudine, insomma a meno che uno non faccia parte di una di queste rare categorie, il ginocchio son cose da niente, ci vuole solo un po’ di pazienza.

Bene. Io faccio parte di più di una di queste categorie.

Poi penso, in ogni caso, chi se ne frega. Le categorie, quello che io sono, blabla. Qui si è poco ribelli, di questi tempi, di questi anni. Bisognerebbe ribellarsi di più e dimenticarsi più spesso di chi ci si crede di essere e più spesso ricordarsi di poter essere al di là delle identità, che le identità potremmo relegarle lì sotto, assieme alle nuvole, mentre noi ce ne stiamo a volare più in alto, con gli occhi coraggiosi dritti al sole, nucleari, nudi. Ché le identità sono come i vestiti: vogliono farceli mettere addosso per coprire quelle che loro definiscono vergogne e che invece sono solo dispositivi di felicità.

Oggi mi sembra di essere me, ma mi sembra, contemporaneamente, di essere anche altri. Tutto regolare. Non è, ovviamente, una sensazione nuova né relegata all’oggi, ma è oggi il suo giorno magico, oggi è il suo turno per prendere il microfono e parlare, mentre le altre sensazioni dormono o si cambiano in camerino, e dunque io oggi sono molte altre persone, persone che non appartengono a quelle categorie, e che hanno fatto e faranno altro e ancora altro.

Altro, dicono i miei occhi guardando in alto. Fuori dalla finestra. Il monitor.

Le dita.

“Pensavo, è bello che dove finiscono le mie dita debba in qualche modo incominciare una chitarra macchina da scrivere”, (diceva più o meno De André).

Sono io una moltitudine che può fare altro, dicono i miei occhi a poterli mettere a fuoco dall’interno.

“Write first and always. Painting, music, friends, cinema, all these come afterwards.” dice Miller. Ascolto musica hawaiana, per far capire al menisco che chi se ne frega, ché fio le ribellioni le faccio tutte nude. E tutte le altre cose, verranno dopo.

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