Fotografie in bianco/bianco e la necessaria terribile freddezza.

Pochi giri di parole, son caduta dalle scale. Adesso arresa sul letto guardo il soffitto bianco e osservo come cambia la luce del giorno e come cambia il mondo visto da qui. Il dolore è forte e calmo e ripenso al perché sono qui a tentare di capire perché sono qui. Le ore passano. Si fa sera e poi mattina. Le domande sul senso dell’esistenza ci afferreranno per i capelli, se necessario. Il soffitto cambia colore un po’ ogni giorno e un amico pittore dice che imparerò tante cose, da questo bianco. Potrei far delle foto, a questo soffitto, delle foto in bianco/bianco. Si fa anche l’esperienza del piangere, ma non fa niente. Dalla mia intimità neuronale mi viene in soccorso ancora lui, come spesso accade, immer wieder Nietzsche, che scrive:

“La condizione di certi uomini malati […] non è senza valore per la conoscenza, anche prescindendo del tutto dai benefici intellettuali che ogni profonda solitudine, ogni subitanea e consentita libertà da ogni dovere e consuetudine portano con sé. Colui che soffre fortemente vede dalla sua condizione, con una terribile freddezza, le cose al di fuori: tutte quelle piccole ingannevoli magie in cui di consueto nuotano le cose, quando l’occhio dell’uomo sano vi si affissa, sono in vece per lui dileguate; anzi egli si pone dinanzi a se stesso privo di orpelli e di colore. Ammesso che sia vissuto fino a quel momento in una qualche pericolosa fantasticheria, questo supremo disincantarsi attraverso il dolore è il mezzo per strapparlo da essa: è forse l’unico mezzo.”

Forse non è l’unico mezzo, ma colui che imparerà dalla gioia è un umano che deve ancora venire e non è ancora. Dal bianco nascono i colori e dal letame nascono i fiori. Io guarirò e che il bianco mi anneghi non è,  no, senza valore, per la conoscenza. Che altro importa?

E per esempio l’oppio, a Berlino, è legale?

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